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## Tour
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tour.name = Mostra d'arte immersiva
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• GIACOMO ZANOLARI
1891-1953
LA SUA VITA A RITMI INTIMI
« Non v'è che un'arte e il suo primo attributo è espressione, espansività.
Forme d'arte però ve ne sono molte, poesia, musica, danza, disegno, pittura, scultura architettura. Ognuna deve agire coi suoi propri mezzi, così il disegno colla distribuzione delle masse in chiaro e scuro, in luce ed ombre, con la linea e con i valori della tonalità; nella pittura si aggiungono i valori coloristici. Nella scultura la linea è pure un fattore importante, ma elemento predominante ne è la massa, il volume. La danza opera con movimento e co' valori mimici, mentre l'architettura raggiunge i suoi scopi d'arte con la disposizione e la proporzionalità. Un elemento però è comune a tutte le specie o forme d'arte: il ritmo. E desso che dà all'arte un'eccedenza di valore e in ciò è precipuamente la differenza fra natura ed arte. Ritmo è ordine ed io per esso intendo la connessione e la distribuzione concordante di valori diversi ».
Durante l'anno 1891 nasce a Coira, capoluogo del canton Grigioni, l'artista di origini brusasche, Giacomo Zanolari. I primi passi di studi nell'ambito dell'arte li compie a soli diciassette anni quando si reca a Tolosa dai parenti. Cosi la Francia meridionale diviene una prima meta cui il giovane pittore lega un approccio di simpatia geografica. Sin dal principio, l'artista Giacomo Zanolari è incline verso la visione di uno dei massimi esponenti del fenomeno divisionista, ossia, l'artista italiano di Arco, Giovanni Segantini. In seguito all'esperienza francese conosce e frequenta l'artista italiano, naturalizzato svizzero, Ettore Burzi e, successivamente, si reca a Roma e a Ginevra dove frequenta per un certo periodo gli insegnamenti del pittore ottocentesco di Berna, Hodler. Giacomo Zanolari, come molti artisti curiosi e desiderosi di conoscere sempre di più, aveva iniziato una serie di viaggi, soggiornando a Parigi, nel Belgio, in Olanda, a Monaco, a Vienna e nell'Ungheria. Durante il 1924 si reca a Roma e vi rimane fino al 1927, quando prende in mano la decisione di stabilirsi a Ginevra, laddove anche l'artista svizzero Hodler si era stabilito nel 1871. All'inizio del suo arrivo a Roma inizia a dedicarsi a diversi studi artistici tra ritratti, fiori, paesaggi, composizioni decorative e dipinti sul vetro. Quasi ogni estate, per amore della propria terra di origine, si reca di ritorno nel Grigioni.
Insieme al suo fratello d'arte E. Hedigher, da nascita ad un gruppo di artisti svizzeri a Roma col l'intento di costruire un ,,atelier" comune e creare delle esposizioni collettive.
L'ospedale di Savognin segna i suoi ultimi due anni di vita, vissuti gravemente ammalato. Lascia la sua vita terrena nel 1953.
Giacomo Zanolari era un'anima modesta nello scegliere la sua via, un cuore amante della forza dell'unione e un'appassionato di una vita fuori dagli schermi dello spettacoloso.
htmlText_0CA3EA06_1D9A_60F6_418C_05DAC798A4B2.html = • FELICE MENGHINI
1909-1947
UNA VITA BREVE TRA DIVINO E ARTE
Il 20 settembre del 1909 segna la nascita a Poschiavo di Felice Menghini, figlio maggiore di otto figli, nato dall'unione tra Francesco e Ida, nata Lardi. Durante il suo battesimo riceve il nome di Felice Pietro Giovanni in memoria di uno zio materno e dei due nonni. La sua vita è caratterizzata dalla religione, dalla passione per la letteratura, in particolar modo, dall'amore per la poesia e per le arti, il disegno e la pittura.
Trascorse la sua età infantile e la prima giovinezza nella serenità della famiglia, sotto l'educazione
accurata e affettuosa dell’ottima sua madre, 1a sulla sinistra del Poschiavino. Già fin dai primi anni si manifestò bimbo vivacissimo e intelligente. Queste doti si svilupparono vieppiù durante gli anni delle scuole elementari, che frequentò, sempre coi successi più lusinghieri, nel borgo natio. Fonte – archivio cartaceo del comune di Poschiavo, sezione E, testo di Renzo Crameri, dentro “Un anno dopo” 10 agosto 1948 Omaggio in memoria di don Felice Menghini, pagina 44 Cenni biografici e attività di Don Felice Menghini.
Sin dalle scuole comunali e la reale del Borgo, Felice dimostra una sensibilità e una certa particolare forza di volontà che andava oltre le normali aspettative. Nel 1922 sceglie il cammino divino, partendo per l'Italia iscrivendosi ad uno dei seminari milanesi a San Pietro Martire, iniziando cosi un percorso di studi che lo porta a diventare sacerdote nel 1933. Una lunga strada divisa per momenti che passa da quattro anni trascorsi a San Pietro Martire fino al trasferimento a Monza per tre anni e successivamente a Coira, al seminario teologico di San Lucio, nel 1930, dopo aver concluso due anni di studi filosofici. Sono gli anni del liceo e del ginnasio che egli amerà ricordare con grande piacere e simpatia, soprattutto dopo esser stato consacrato come sacerdote il 2 luglio del 1933 e il 9 luglio dello stesso anno nella Collegiata di Poschiavo a nemmeno ventiquattro anni. Durante il mese di settembre dello stesso anno viene inviato a San Vittore in Mesolcina, in qualità di parroco prevosto, dove resta per soli quindici mesi, e dove inizia la sua esperienza pastorale. Il mese di gennaio del 1935 segna il suo ruolo di coadiutore al posto di M. R. Don Taramelli a Poschiavo fino alla nomina come Prevosto nel mese di marzo del 1943. Egli diviene il Prevosto più giovane della Collegiata di San Vittore Mauro, ma anche il Prevosto più giovane ad avere una fine letale troppo precoce. Egli era riconosciuto dalla moltitudine come un essere per bene e un cuore tenero e sensibile come pochi del suo mondo. Si caratterizzava da una maniera divina che andava oltre i Vangeli e le preghiere scritte, dedicandosi cosi alla sua gente con grande impegno e consapevolezza sociale, artistica, umana e persino politica. La sua voce si faceva sentire non soltanto all'interno delle mura fredde di una struttura religiosa, ma arrivava persino oltre il proprio paese natale e il confine Svizzero. La casa del Signore era sempre nel suo cuore, ma aveva capito che le preghiere potevano diventare persino un fare consapevole e responsabile all'interno della società per cui e in cui viviamo. Il suo vissuto diventava sempre di più un forte impegno dinanzi ai bisognosi, all'arte, al saper essere umani e ad un percorso religioso costruito soprattutto dai fatti. Il suo grande amore per l'arte lo ha portato a concludere con successo il restauro della chiesa di Santa Maria di Poschiavo, il restauro della Collegiata sempre a Poschiavo, il restauro della chiesetta di San Pietro e l'introduzione del riscaldamento elettrico nella chiesa prepositurale. Grazie al suo comportamento sensibile e attento, egli riceveva molte lettere di ringraziamenti da tutta la Svizzera e da oltre i confini. Le sue preghiere non si fermavano soltanto alle parole, ma la sua voce interiore lo dirigeva verso una forte volontà psicofisica nell'aiutare il prossimo anche se era cittadino di un altro paese oppure diverso dagli altri.
Il suo moto era: aiutare aiutare sempre ed aiutare ancora - Fonte - dentro Almanacco dei Grigioni, 1948, pg. 31, archivio cartaceo del comune di Poschiavo
Oltre alle sue doti di bravo sacerdote, egli aveva una grande passione per la letteratura e in un secondo momento per l'arte del disegno e della pittura. Sin dal periodo del ginnasio inizia a dedicarsi all'arte letteraria, in particolar modo alla poesia e ai racconti. I suoi scritti si trovano, a partire dal 1930 all'interno degli almanacchi del Grigione Italiano, a firma Fulvo. Amava la lettura e per questo motivo la sua biblioteca era composta da oltre tremila volumi, al di là del fatto che era in grado di fornire su ciascun libro un giudizio a volte non soltanto sommario. Nel mezzo del suo cammino sacerdotale inizia a frequentare l'Università Cattolica di Milano fino a conseguire il suo dottorato in belle lettere nel 1941, con una tesi su un letterato del Seicento di origini poschiavine, Paganino Gaudenzio.
Una vita breve e intensissima, tra credenze divine e studi letterari, tra poesia e pittura, il don sin dal principio aveva cercato il contatto con la cultura italiana, nonostante il dedicarsi anima e corpo alla sua gente e al patrimonio culturale della Valposchiavo.
Le sue passioni non si fermano all'arte del disegno e della letteratura, ma abbracciano anche il giornalismo e lo sport come lo sci e l'escursionismo, che alla fine lo portertà ad una morte inaspettata.
MORTE INNASPETATA
Nel tardo pomeriggio di domenica 10 agosto del 1947 durante una sagra di paese a Prada, in Valposchiavo, si aggiunge alla gioia di queste feste sacre e profane una notizia sconvolgente riguardante la caduta di Don Felice Menghini sul Corno di Campo. Verso le sette di sera sia per passa parola che tramite la radio tutta la Valle è turbata a causa dell'accaduto e della morte del prete, poeta e artista Felice Menghini. Il Dr. Don Menghini aveva celebrato al mattino dello stesso giorno la Santa Messa all'interno della cappella di Lungacqua, in Val di Campo. Don Felice amava le gite in montagna e all'interno della natura, e cosi anche quel preciso giorno era prevista una gita sul Corno di Campo caratterizzata da un rimando di qualche ora a causa del tempo abbastanza incerto. Il gruppo della scalata era composto da due altri Poschiavini e da Don Felice Menghini. Insieme sono partiti senza fretta dal versante che guarda la direzione di Poschiavo verso le sette e sono arrivati in cima del Corno poco dopo mezzogiorno. Dopo un'ora di sosta in cima e dopo aver pregato, il tempo stava diventando minaccioso, quindi la comitiva, che si allargò nel frattempo includendo due francesi, decide di iniziare a scendere sul versante del ghiacciaio. Tutto sembrava proseguire liscio e come previsto sin dall'inizio, ma ad un certo punto mentre l'ora puntava le 13:45 precise avviene l'imprevedibile e l'inaspettato, Don Felice tocca con il piede un sasso che cede e lo trascina con sé. Riesce ad aggrapparsi ad una roccia abbastanza sporgente, ma si crea una catena di sassi che iniziano a scivolare e uno di questi colpiscono in maniera letale il Prevosto. I due compagni di viaggio si avvicinano al Don per un rapido soccorso mentre egli stava pregando nel suo momento di lucidità e consapevolezza dinanzi all'accaduto. Mentre lo stavano trasportando verso un posto più sicuro per poterlo aiutare al meglio, il Don smette di pregare e cosi esala il suo ultimo respiro nel mondo dei vivi.
Un essere umano unicamente amato e apprezzato persino dalle più eleganti voci culturali in tempi e spazi differenti, riportando come esempio il ricordo di Remo Tosio all'interno dell'Almanacco del 1997: “Me lo ricordo benissimo, come se fosse ieri, perché mi trovavo a Pozzolascio presso la famiglia Pietro Crameri-Lanfranchi. La notizia giunse nel pomeriggio e la gente rimase sconvolta per molti giorni”.
In memoria al cinquantesimo anniversario della morte di don Felice Menghini, Remo Tosio riporta alla luce:
Abbandono
Quando alla sera il cielo
si abbandona sui monti
e scompare ogni orizzonte
anche il cuore non ha più forza
di battere i suoi colpi di vita.
Nel mio respiro sento il lamento
dell'’anima che sa
di essere ancora prigioniera
senza speranza di venir domani
o un giorno, finalmente liberata.
“Come Segantini mori sullo Schafberg, dove si era recato per completare un suo quadro, cosi Don Felice chiuse i suoi giorni terreni proprio sulle falde infide di quella montagna che tanto amava.”
htmlText_0CD83B7A_1D8A_671E_41BB_154F581C8CC6.html = • ARTE COME UNIONE UNIVERSALE
Una filosofia di vita che si lascia trasportare all'interno della metamorfosi artistica, laddove dentro un pensiero panteista la visione della natura e dell'Universo sono equivalenti a Dio. La somma tra la legge naturale, l'esistenza e l'universo sono rappresentati nella fonte teologica di un 'dio' astratto. In senso lato si intende che ogni dottrina filosofica identifica Dio con il mondo o con il principio che lo stabilisce. Un'artista adoratore della natura e del sole, arricchito dall'amore fervente per l'acqua, per i laghi e per il mare, come si può riscontrare in tantissimi dei suoi quadri.
Un'arte di un gioco minuzioso, calmo e morbido delle ombre nel risalto delle forme, laddove l'artista dei ritratti rimase all'infinito fedele all'atto di cogliere la natura essenziale e significativa di una visione personale. Le gestualità dei suoi ritratti richiamano la forza del linguaggio corporeo in un'unione tra colori, linee ed espressività comunicativa. I suoi ritratti chiamano verso di loro l'osservatore nell'indagare la sua maniera plastica che a volte si trasforma in eleganti e delicati passaggi tecnici. Una filosofia della mano impegnata con la mente nell'unire l'esperienza personale con il carattere di ciascun soggetto ritratto. Una scelta pittorica nitida che a volte si trasforma persino in indagine materica tra ritratti, paesaggi figurativi, composizioni paesaggistiche a mosaico, nature morte, animali e fiori quasi viventi che sembrano uscire dalla cornice rigida. L'evoluzione artistica e analitica Cézanniana e quella Picassiana si trasformano con Oscar Nussio in una serie dedicata ai paesaggi composti come dei tasselli che uniscono il cielo con tutta la natura osservata. Gioca tra la creazione di opere a mosaico caratterizzate da un cromatismo leggero, ben definito e in rapporto con tutto l'ambiente, e la realizzazione di quadri a tassello di un cromatismo potente che riesce ad unire i vari elementi portandoli quasi fuori dalla tela. Una filosofia di Uno come unificazione totale tra la natura, lo spirito personale e il cielo divino. L'arte del fare di Nussio implica la curiosità del saper altro nell'osservare la natura con gli occhi del passato e con la mano del futuro presente. Un sguardo che scompone nella mente e ricompone vivamente una visione Cézanniana portata all'estremo geometrico-filosofico. I paesaggi in cui l'uomo è inserito vengono osservati come puri e arricchiti da una composizione di movimenti di questi panorami interpretati sulla tela. Tra forme e linee rigide su una superficie di un'energia plastica che in alcuni momenti ci fa ricordare il divisionismo, ovvero Segantini, Previati e molti altri insieme. Una composizione come effetto vibrante del soggetto attraverso il potere della luce come elemento vivificatore di un dipingere nel tempo. Nel cercare uno stile, il suo linguaggio artistico passa negli anni da una voce ritrattistica fino alla sensibilità di rappresentare la bellezza di un fiore oppure di un panorama ancora da scoprire ed interpretare. L'artista giunge ad un senso di astrazione interpretativa di una bellezza che passa dal reale ad una gestualità ricca di fantasia artistico-filosofico.
Un impegno a vita verso la luce, l'unione, i colori e lo spirito vitale di un insieme osservato, richiamato, amato e glorificato che nasce dalle pennellate minuziose, nitide, materiche, sfumate e delicate ancora da analizzare e comprendere.
I suoi studi si formano e maturano nel tempo, con la presenza di un'energia interiore che porta l'artista ad essere un curioso testimone dei suoi vissuti viventi e tramutati sulle tele vergini. I colori sgargianti di alcune delle sue opere dedicate ai fiori, compiono il passaggio di un voluto realismo ricchi di energia su uno sfondo senza prospettiva e resi degni di un primissimo piano. La tecnica principe brilla tra una scelta di colori fortissimi e a volte più spenti come natura comunicativa di un sé ancora da scoprire e nutrire. Oscar Nussio si sofferma sulla bellezza della scelta minuziosa per rendere molti dei suoi lavori un'attenta e analitica tattilità pittorica. Una visione su di un angolo di mare di un occhio che si dedica all'unicità di una schiuma creata dall'acqua e immortalata dal pittore. Un'arte che ti fa sentire il suono e i movimenti della natura senza renderla futuristica, ma come un video fermo che allo stesso modo è in un continuo moto gestuale.
htmlText_0DF83ADF_1DB6_6116_41B0_B9238716B1F9.html = • RODOLFO OLGIATI
1887-1930
UNA VITA D'ARTISTA
Rodolfo Olgiati nasce a Poschiavo il 21 agosto del 1887 come ottavo di dieci figli dall'unione tra Antonio-Matteo Olgiati e Josefine Olgiati-Semadeni. Il destino della vita segna la perdita da parte di Rodolfo di sei dei suoi fratelli e delle sorelle prima dell'età di 29 anni. La sua dolce giovinezza la trascorse nel paese natale e da bravo scolaro riceve dal suo caro maestro Tommaso Paravicini una lettera di raccomandazione che gli permette, dopo aver concluso la scuola d'obbligo, all'età di soli 15 anni, di entrare all'Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1903. Dopo una formazione nel mondo dell'arte italiano di cinque anni si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta, per due anni, l'Accademia privata del professor Knirr. La famiglia, per un certo periodo, vive anche a Leon, in Spagna. Nel 1910 l'artista del cuore compie vari viaggi di studio, dapprima si reca dai suoi parenti in Spagna, ove studia i paesaggi e le usanze locali, per un periodo abbastanza corto e, successivamente, si dirige verso la Francia, in un primo momento nei pressi dei Pirenei e, in un secondo momento, si ferma per due anni a Parigi.
Il suo sentirsi da sempre figlio delle montagne della sua valle lo porta a trasferirsi definitivamente nel suo paese di origine durante il 1912. Un anno particolare anche per la sua visione artistica focalizzata verso i paesaggi e gli animali, cercando cosi nella sua patria la purezza dei suoi colori e la grandiosità delle sue montagne.
Ritornato a Poschiavo, con l'aiuto del padre, costruisce una piccola casa con atelier nella zona Isola dove a volte da nascita ad esposizioni d'arte. A causa della guerra mondiale deve interrompere questi lavori per molto tempo. Durante due anni presta infatti servizio militare, la maggior parte del tempo sul Piz Umbrail. Il 1915 segna la morte del suo caro padre. In seguito, al termine del servizio militare, torna a Poschiavo e conclude i lavori nella casa di Isola. Durante i lavori di costruzione, la sua attività artistica subisce un'interruzione che dura fino al 1917. Nel 1920 sposa la sua amata Norina Pozzi che gli darà la gioia di due figli maschi, Reto e Gianni, che avranno la fortuna di ereditare dal proprio papa' il suo talento per il disegno e per la pittura.
Per il pittore del cuore sono importanti unicamente due cose, alle quali si dedicherà con tutto se stesso e per tutta la vita: la sua arte e la costruzione di una famiglia. La vita da artista era, come spesso anche oggi, molto difficile senza la presenza e l'aiuto di sostenitori. Dal 1918 fino alla sua morte nel 1930, crea ben 522 opere, che godranno di molto risalto sia in patria che all'estero, venendo esposte in numerose mostre in Engadina, Coira, Zurigo, Berna e Birmingham.
La sua preoccupazione principale durante la creazione di un'opera è la luce e, oltre a questa, la riproduzione della passione. I suoi paesaggi e le sue montagne non sono da lui viste unicamente con gli occhi ma anche con il sentimento. Tutto ciò si rispecchia nelle sue opere e le fa oltremodo risplendere. Oltre che a Parigi troviamo tracce dei suoi soggiorni anche a Menaggio, nel 1926, a Pontresina, nel 1928 e ad Arosa, nel 1930. In quell'anno, il 21 di novembre, dopo una potente e veloce broncopolmonite si spegne nel suo paese natio, lasciando un segno indelebile mediante la sua arte del cuore.
Il suo atelier si trovava all'isola, non molto lontano dal borgo di Poschiavo. Era in armonia con il verde prato tra arte e natura. Rodolfo Olgiati non amava molto il rumore. Nella sua bottega si potevano ammirare un gruppo di case di contadini coi loro vicoli e cortili tipici, il borgo di Poschiavo e un paesello, poi gruppi di alberi, visioni di primavera, di tutte le stagioni e i cieli ricchi di luce della parte meridionale delle Alpi tra nubi e nebbie cacciate dal vento.
La prima esposizione a Poschiavo, nella sua casa di Isola, sarà però un mezzo fallimento. Qui si può ben utilizzare l'espressione “nessuno è profeta in patria”. Ciò lo farà soffrire, come si può evincere da questo testo da lui redatto poco dopo la mostra.
“Ringrazio sentitamente i 37 visitatori che colla loro presenza oronarono la mia esposizione.Gradito in modo speciale mi fu il vivo interesse dimostrandomi dalla Colonia Svizzera-tedesca residente a Poschiavo che corse al mio invito non solo per “curiosita” ma per amore e comprensione ' arte.
E i poschiavini? Quanta indifferenza quanto gelo! Possibile che le mie opere ammirate e stimate in ogni esposizione nella svizzera bassa,non meritino un occhiata dei Poschiavini?
Nessuno delle Autorità Communali ne del Borgo ne Ecclesiastiche onorarono di una visita la mia mostra,nessun professore ne dottore ne maestro (1) nessuno dei tanti poschiavini che si dicono educatori, moralisti, idealisti, intellettuali si volle scomodare per un'esposizione all'Isola. 'Che dirò di vari “amici” di certi parenti?e dei vari commercianti ai quali da anni vado versando quanto con molta pena guadagno fuori di paese o se in paese,rarissimo da poschiavini?
Popolo poschiavino! È vergognoso doverlo dire ma è necessario che Tu lo sappia, tu sei privo di senso artistico, il materialismo ti vela l'occhio alle cose belle e grandi che sono le manifestazioni d'arte dell arte che è l'unica educatrice dei Popoli,superiore a tutte le teorie e leggi umane,perche è manifestazione divina.”
Un'artista riconosciuto soprattutto per la sua gentile anima e sensibilità umana prima ancora che per la sua bravura nel fare arte. Rodolfo Olgiati ha reso immortale la Valle Agonè e tante altre valli mediante le sue tele caratterizzate da un realismo plastico ricco di emozioni.
Secondo P. Zala-Albrici: «E' morto la mattina del 21 novembre 1931 nel borgo natale di Poschiavo, proprio quando, dopo due o tre giorni di febbre intensa, i familiari lo credevano fuori pericolo. Gli amici e gli ammiratori del di fuori nulla sapevano della sua malattia; ed Egli era nell'età in cui l'uomo può reggere a' malanni. Dura la morte a 43 anni, quando i figliuoletti cinguettano intorno, e il «successo più bello sta per arridere. Il nome del pittore Rodolfo Olgiati cominciava a diventar familiare nel Cantone, e a penetrare altrove. (…) Uomo di grande sensibilità, timido, un po' sognatore, amava la semisolitudine: s'era costrutto lo studio fuori del borgo, all'Isola, e non ne usciva che per camminare sui sentieri di campagna, o per ascendere i pendii dei monti e scalare le cime in cerea de' soggetti che più gli si addicevano ed in cui Egli meglio poteva trasfondere i palpai del Suo animo gentile e meglio tessere le sue «Stimmungen» (quanti. «Stimmungen» non ha Egli dato!) nella trama de' colori vaghi e vaporosi nella quale però sempre si annida una lieve melanconia.
La melanconia ch'era in lui, la melanconia del poeta. Perchè l'Olgiati, era, in fondo, poeta e le sue tele sono solo <<Stimmungen>>. Dovevano nascere lentamente queste sue tele, alle quali Egli ci teneva come alle sue creature viventi».
Sulla tomba aperta il vicepodestà del borgo Zala-Albrici porgeva la parola:
(…) "Trista affè, è la circostanza che cui ci adunò – l'Artista ci ha chiamati per esporre verità eterne.
Egli ci dimostra, come in quest'epoca di materialismo, di opportunismo, di abbondanza d'incenso prezzolato sia necessità assoluta il dare alle cose tutte la giusta forma, il colore vero, la fragranza naturale. - Egli riproduce sulla tela la solenne maestà delle nostre montagne, la verginità vera dei nostri ghiacciai, l'incanto del sole che tramonta, il riflesso dei boschi nell'acqua dei laghi, il sorriso dei fiori, il bacio della rugiada...Egli, col suo penello, ridà però non solo la natura nella sua magnificenza, ma anche nella sua ira e quando l'uomo la deturpa o deturpa se stesso...Egli dipinge allora il cielo caliginoso, il vento, la bufera, il guizzar dei lampi, la tempesta che flagella e, … sul quadro della natura sconvolta, ecco monito tremendo, appare nello sfondo l'ombra truce del Caino, che uccise il fratello o quella spettrale del Guida che tradi il suo maestro, il suo benefattore!!!...Di queste tele, di questi dipinti resti in noi scolpita la morale.
La vita dell'artista è irta di tribulazioni, di angoscie e di delusioni e, quando – acquistatosi nome – il campo della gloria gli sta davanti...la morte cinge di corona del martirio il capo inanimato della sua vittima;..."
• RETO OLGIATI
1923-1999
UNA VITA TRA DISEGNO E DECORAZIONE
Reto Olgiati nasce nel vecchio ospedale a La Rasiga di Poschiavo il 12 agosto del 1923 come figlio minore del pittore poeta delle montagna Rodolfo Olgiati. Anche Reto, come il suo fratello maggiore Gianni, erediterà la bravura del disegno dal padre. Reto frequenta le scuole primarie nel paese natale e poi le secondarie a Zurigo dove potrà studiare alla Kunstgewerbeschule per un percorso di perfezionamento nel disegno. In seguito finalizza un tirocinio come decoratore e successivamente si trasferisce in Svezia, dove lavora per 4 anni. Durante questo periodo trascorso all'interno della penisola Scandinava ha la fortuna di conoscere la sua futura moglie Annamarie. Con il passare del tempo decide di stabilirsi insieme alla moglie e alla figlia Eva a Zurigo.
Verso il natale del 1942 insieme a sua madre, suo fratello Gianni, Rita Fanconi, Berta Fisler e Alfonso Tosio danno vita alla "Sucieta di Pusc'ciavin a Zlirig". Da questo si svilupperanno negli anni dieci altre società, e sopratutto la "PiB", Pusc'ciavin in Bulgia. Nonostante il suo lavoro impegnativo all'interno della famosa impresa Jelmoli, come capo decoratore, dove rimarrà fino al pensionamento, troverà il tempo di vivere la sua piena libertà nell'esprimere al meglio il suo lato artistico-estetico. Un carattere ricco del saper e voler fare altro oltre al suo lavoro, si dedica in maniera costante persino ad altre attività. Lo si vedeva sempre in giro con il suo taccuino e la penna alla ricerca di una veduta stimolante da poter osservare e disegnare. Reto avrà un notevole successo mediante le sue opere esposte in varie strutture ed eventi.
Secondo i ricordi di Gianni, da piccoli, i due fratelli vivevano una fratellanza amichevole in un ambiente caratterizzato da pochi giochi e tanta fantasia. Il loro unico giocattolo, per il quale entrambi si meravigliavano, era una barca a vapore ricreata dal loro padre, che tra altro, richiese molto tempo prima di poter essere messa in funzione. Inoltre, un altro avvenimento abbastanza simpatico si verificò quando i due fratelli ricevettero da un ragazzo, all'età di 9 (Gianni) e di 7 anni (Reto) un pezzo di legno che si poteva fumare. Da bambini curiosi come erano, questo pezzo di legno lo avevano provato all'interno del loro salotto (stüina) vicino alla piccola stufa a cilindro. Lo sportello della stufa non fu aperto per errore e dimenticanza da parte dei due fratelli, e il fumo giustamente rimase nella stanza. A causa di ciò la madre sentì dei rumori particolari come una specie di tossire e sputare e recandosi all'interno del salotto si accorse dell'accaduto. Le prediche che ricevettero rimasero nella mente dei due a vita, e cosi il fumo divenne per loro un tabù. La sua infanzia fu segnata e divenne particolare a causa della prematura scomparsa del suo amato padre, il paesaggista delle montagne Rodolfo Olgiati. Il suo grande e ammirevole amore per Poschiavo veniva ereditato da suo papà.
Sono rimasti in pochi ormai i poschiavini che riportano alla memoria con grande gioia la bellezza nel ricordare l'atelier di Rodolfo Olgiati che si trovava all'Isola sul fiume a sud del borgo, dove dipinse di gran lunga le bellezze della valle e della natura con le loro linee, colori e luci.
Reto Olgiati, uno spirito cordiale, sorridente e di un'innata modestia, passava ogni anno alcune settimane nel suo paese natale.
Durante il 1998 iniziò a sentire dei disagi che nel tempo sono peggiorati, portandolo fino al 2 di luglio del 1999 quando lasciò per sempre la vita terrena.
• GIANNI OLGIATI
1921-2011
RICORDI DI UN'INFANZIA
Gianni Olgiati, figlio maggiore della coppia formata da Rodolfo Olgiati e Norina Pozzi, nasce il 30 luglio del 1921 all'ospedale alla Rasiga di Poschiavo e lascia la vita terrena il 19 luglio del 2011. La sua infanzia Gianni la trascorre all'Isola, all'entrata sud di Poschiavo. Una casa circondata completamente dall'acqua: a sud dalla Valle Orse, a nord e a est dal Poschiavino e ad ovest da un ruscello che porta l'acqua ad un vecchio mulino alla Rasiga. All'interno di questo terreno, di poco più di 36 are, vi erano: la casa-atelier, un piccolo capanno per la pesca, una vasca e uno stagno per i pesci. Le entrate da parte della vendita delle opere di Rodolfo Olgiati, erano, quando ce ne erano, abbastanza limitate. Oltre il suo impegno nel fare arte, Rodolfo praticava, forse anche per necessità, la caccia e la pesca, oggi, atti ritenuti e visti come uno sport. I pesci che riusciva a pescare venivano portati direttamente nello stagno di casa. La pratica della caccia era caratterizzata soprattutto dal gusto verso le lepri. Inoltre, oltre alla caccia diretta, vi erano persino altri modi utilizzati dai tempi remoti, come per esempio, la cattura tramite l'utilizzo delle trappole, che nel caso di Rodolfo Olgiati, riguardava in particolar modo le volpi e le lontre per la vendita successiva delle pelli. L'orto aveva il suo compito nell'offrire ai palati dell'intera famiglia ciò che era necessario per un nutrimento completo. Come tutti i tempi passati e quelli futuri, la vita di un'artista non è mai facile, soprattutto all'interno di un piccolo paese di confine. Nonostante tutto ciò, i due fratelli sono stati cresciuti in maniera dignitosa e semplice all'interno di una casa, i cui spazi erano ridotti a causa dell'atelier del padre che occupava circa 2/3 dello spazio totale. Quindi, lo spazio per la camera da letto, la cucina e il soggiorno era abbastanza limitato, ma con l'amore si poteva superare tutto. Tutte le madri di allora trovavano diverse difficoltà, tra la crescita dei figli piccoli e le varie mancanze delle comodità di oggigiorno. Durante l'estate del 1925, la giovane e ammirevole famiglia si trasferisce quindi al primo piano della casa in Piazzola, al numero 202, a Poschiavo.
La lettura delle memorie di Gianni Olgiati, per alcune abitudini contemporanee, forse sbagliate oppure giuste, si può trasformare in un saggio ed esemplare modello di una famiglia che ha saputo e voluto scegliere ciò che rimane veramente immutabile e immortale nel tempo: mettere il cuore prima di tutto.
htmlText_12842526_1D9A_2336_4186_8D2A01804755.html = • UNA LUNGA VITA D'ARTISTA
1899-1976
Oscar Nussio nasce il 31 luglio del 1899 ad Ardez in Engadina, dall'unione tra Giacomo di Brusio e Anna Schucan di Ftan. Ha frequentato le scuole fino all'età di 12 anni in Italia, a Genova e Reggio Emilia, dove il padre era commerciante, e successivamente per 6 anni ha seguito gli studi a Schiers, nei Grigioni. L'artista si iscrive alla scuola commerciale e in seguito, per 5 anni, frequenta il mondo del ginnasio fino all'iscrizione all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, per 2 anni di apprendimento delle conoscenze fondamentali del disegno e del fare pittorico.
Lo studio accademico, in seguito, diviene uno stimolo ricco di approfondimenti da un punto di vista autodidatta, guidando l'artista ad incrementare le proprie conoscenze mediante diverse visite alle Gallerie d'arte d'Italia, di Germania e di Amsterdam. L'artista diventa maestro di se stesso e prima dei grandi viaggi diviene attento ai grandi maestri dei secoli passati in particolar modo alle figure legate alla natura. Parigi era ed è tutt'oggi una delle grandi mete da voler visitare, come lo era anche per Nussio quando desiderava trascorrere un lungo soggiorno nella capitale dei Grand Boulevard e della belle époque.
A partire dal 1921 l'artista trascorre vari mesi durante l'estate a Sur-En d'Ardez, nella Bassa Engadina all'interno di un grande atelier personale fornito di ogni conforto e nei mesi restanti dell'anno nel Canton Zurigo a Greifensee. Fino al 1928 si stabilisce in Italia, in particolar modo a Genova e nel borgo di Bogliasco. A partire dal 1928, Oscar Nussio intraprende dei lunghi soggiorni a Firenze, Roma, Venezia, Santa Margherita Ligure, a Ginevra, a Neuchâtel in Svizzera e all'interno di tante altre splendide realtà. Nel 1929 si innamora di una donna tedesca e di conseguenza inizia una serie di viaggi verso la Germania, visitando tante belle città in seguito bombardate, soffermandosi in particolar modo ad Amburgo ed a Berlino, dove trascorrerà un soggiorno invernale.
Visiterà circa 10 Biennali a Venezia, negli anni in cui (secondo l'artista) erano ancora belle e istruttive, oltre a tante altre esposizioni moderne.
Durante le atrocità della seconda guerra mondiale, l'artista conclude il suo primo matrimonio e in seguito sposa, nel 1940, una donna di Zurigo. Dal 1940 si trova nella sua nuova abitazione, caratterizzata da un modesto atelier, a Greifensee e, dal 1943, per 2 – 3 settimane all'anno lavora all'interno della piccola frazione di Soglio, tanto amata dall'artista, appartenente al comune Svizzero di Bregaglia.
Da giovane, per alcuni anni a Milano, decide di essere socio dell'associazione “Famiglia artistica”, e inoltre, per molti anni è socio del Kunstverein Grigione, che lascerà dopo non essere stato invitato per due volte consecutive a partecipare alle mostre natalizie. Fa inoltre parte, per Inoltre, per 27 anni, del Club Alpino.
A causa di pessime esperienze, dopo 2 anni di collaborazione con l'associazione degli artisti Ticinesi, decide di abbandonare anche questa realtà collettiva.
All'età di soli 20 anni inizia ad esporre le sue opere in mostre collettive e all'età di 26 anni inaugura la sua prima personale all'interno della Banca Popolare di Zurigo. Dentro il Palazzo dei congressi di Zurigo allestisce 16 esposizioni, oltre alle mostre a Brusio, a Poschiavo, in Engadina, a Films, a Lenzerheide, a Davos, a Leva e in tanti altri luoghi.
Secondo il Dottor Riccardo Tognina: (…) “Oscar Nussio rimase durante tutta la sua vita fedele a se stesso e alla sua arte. Era un disegnatore provetto, e la sua pittura è straordinariamente plastica. Tutto il mondo che lo circonda era per lui motivo di espressione artistica: gli uomini – egli lascia numerosi riusciti ritratti – gli animali, i fiori, il paesaggio di pianura e quello di montagna.” (…)
Nussio si descriveva un grande lavoratore che aveva scelto di andare avanti grazie ai propri piedi, senza mai chiedere aiuto a qualcuno oppure a qualche autorità Svizzera. La sua passione non si fermava con il fare arte, ma amava il nuoto, scalare le montagne (toccò ben 150 cime) e sciare. La curiosità di un saper oltre, tipica degli artisti, porterà Oscar Nussio a saper parlare 5 lingue e un po' di inglese, a leggere molti libri d'arte, di poesia, romanzi, viaggi e di animali di tutti generi fino a riconoscere con grande umiltà: (…) “ sono convinto di esser ancor molto ignorante e “stanco del lungo cammino”; sarei ora ben disposto a cambiar pianeta.”
Uno dei caratteri tipici dell'artista era proprio il rifiuto di alcuna relazione con i mercanti d'arte e di conseguenza vi era presente nell'aria una mancanza di amore nei confronti dell'artista stesso, anche da un punto di vista critico costruttivo e non solo commerciale. Durante il suo lungo cammino artistico di circa quarantanni ha fatto fiorire un immensità di dipinti (più di 2500 quadri, di cui 1900 venduti) e disegni. Oscar Nussio era un grande ammiratore di Augusto Giacometti e Ferdinando Hodler. Una vita vissuta in maniera piena ed espressa fino all'ultimo attimo in cui l'artista sentì un malore improvviso durante un giorno di primavera a Greifensee. Durante il 1976 Oscar Nussio perde la vita all'età di 77 anni rimanendo nelle memorie dei molti. Riposa tutt'oggi nel cimitero di Ardez in Engadina.
Nel 1924 Oscar Nussio scrisse: « Date le mie qualità di ritrattista, sono spesso incitato a preferire quel campo d'attività, ma sono troppo geloso della mia libertà, e amo troppo Natura, per limitarmi a riprodurre di continuo fisionomie ( spesso antipaticissime ) dei miei simili. Tengo però molto al ritratto, poiché le difficoltà che volta per volta ci sono da vincere onde dare un lavoro degno, procurano ad opera finita una soddisfazione maggiore a quella d'un paesaggio ben riuscito. E qui sto con Ugo Oietti quando scrive: “Per misurare la potenza d'un pittore si guardi quel ch'egli vale come ritrattista chè solo nel ritratto la lotta tra la natura e il pittore è diretta, un'anima contro un anima , senza possibilità di stratagemmi e d'equivoci . Anche i pittori più vincolati nelle formole e negli schemi dominanti ritrovano nel ritratto la loro indipendenza e serenità ».
htmlText_2D6DB9FD_22A1_12C3_4194_CD085CA09C15.html = • ARTE E SPIRITUALITA'
L'arte in ogni sua manifestazione è una superiore forma del vivere spirituale. Dipingere per lui voleva dire dar vita ai propri sogni, liberarsi dalla volgare realtà alla quale tutti siamo legati per necessità di vita, evadere, innalzarsi verso la purezza dell'infinito. Sarebbe stato capace di farsi un nome persino in questo campo se avesse continuato a focalizzarsi verso tale cammino. Ad un certo punto capisce che il tempo che egli poteva dedicare all'arte era veramente limitato, e quindi, non era sufficiente per dar nascita ad una duplice attività artistica: Letteratura e Pittura. Si decise quindi per la prima senza però poter abbandonare totalmente la seconda. Questo è il motivo per cui come pittore non può farsi quel nome che egli si costruirà nel mondo delle lettere e per cui ognuno ripensa a Felice Menghini da un punto di vista poetico. Nella pittura è dapprima autodidatta. Riceve in seguito preziosi insegnamenti tecnici dall'artista Ponziano Togni, del quale sarà sempre un grande ammiratore. Di questo periodo lascerà alcuni quadretti particolari. Uno dei migliori, forse quanto di meglio il poeta sacerdote ci abbia lasciato in pittura è « Boccalino con fiori appassiti » dove il colore e i chiaro-scuri si abbracciano in maniera vitale tra un approccio di equilibrio e armonia. In tutto il quadretto vi è un principio di ricca e piena efficacia che aspira verso una quiete e una leggera malinconia di cose passate che ti fanno sentire il profumo di quei fiori che sono quasi appassiti. Negli ultimi anni di vita, Felice Menghini è toccato dall'influenza della maniera cromatica e trionfante delle opere del grande artista Augusto Giacometti, più vicino al suo temperamento. All'interno di alcune delle sue impressioni lo si riesce ad intravvedere, come per esempio: « Uova con piatto » e « Pere» nelle quali l'influsso giacomettiano è decisamente incontestabile, e che sono probabilmente le due sue migliori tele dell'ultimo tempo. Si dedica inoltre all'arte del ritratto, alla tecnica dell'affresco e alla pittura religiosa. Come nella maggior parte degli artisti, anche il prevosto, si approccia all'arte della mimesis, copiando quadri di grandi maestri svizzeri e stranieri, dando prova di una garbata intuizione artistica e di essere incline verso il lato pittorico. Egli ci lascia alcuni disegni di grande sensibilità artistica, visiva e gestuale. Una maniera di un fare arte tra disegno e pittura caratterizzata da una voluta imperfezione nel suo consapevole aspetto retrocesso. Probabilmente e da un punto di vista decisivo, il pittore sacerdote non ha mai voluto uscire dall'orbita del dilettantismo. Nonostante tutto ciò, la sua grande passione per questo modo di esprimere il suo temperamento gli faceva riprendere in maniera ripetuta il pennello e i colori. L'artista riesce, nonostante la sua vita ricca di impegni, a trovare una sua espressione personale nel cammino dell'arte gestuale, talvolta come medium evasivo dalla quotidianità abituale. Un mondo tra religione, poesia, arte e natura. Il suo amore per la vita e per le persone diventerà sempre di più l'energia vitale di un oggi e di un domani ancora da scoprire.
htmlText_31E2A1F4_22E1_32C1_41BE_0A003F38D39A.html = • L'ARTE DI RODOLFO
(…) E dipinge, Dipinge il paesaggio quale si riverbera sulla retina del suo occhio di uomo dalle corde sensibilissime e fini. La mole e la maestosità dei massicci si perdono, la rudezza delle facciate rocciose s'aggrazia, la crudezza delle cime si fa frastaglio fantasioso; il paesaggio dà solo i suoi valori pittorici a cui si connettono e in cui si s'accentuano altri valori: i valori luce e colore, la luce che è più vivida quando si riflette negli specchi tranquilli dè laghetti, alpestri, o invade il cielo serale ed il colore che è più vivido quando si stende qual raggio solare sulle cime nell'ora del tramonto o a sera qual veste turchina su pendii e valli. (...)
In Spagna dove il suo papa possedeva un affare commerciale, l'artista nella sua piena età giovanile inizia a dedicarsi allo studio della luce, dei colori e della rappresentazione dei paesaggi con una continua attrazione verso le montagne tramite lo studio nella zona dei Pirenei e, in un momento successivo, in Francia dove si dedica ai colori e alla linea, al mare e alla montagna.
Rodolfo Olgiati era un narratore paesaggista legato intimamente alle bellezze della sua patria e all'arte di una pittura della montagna. Dedicava il suo tempo all'osservazione e al vedere dal vero per proiettare sulla tela l'interpretazione di un mondo naturale. Sin dal principio della sua attività il suo problema era la luce assieme ai suoi molteplici mutamenti. I suoi paesaggi sono l'unione di luce e colore dove la luce dominante viene assorbita dal colore che continua ad esistere con una luminosità che contrasta con l'ombra. Il colore diventava sempre di più un medium potente della sua arte tra una ricca consistenza materica e una gestualità cromatica resa quasi trasparente e tenue.
L'artista provava piacere alla bellezza in particolar modo a quella autunnale tanto studiata e approfondita, passando dall'occhio fino a fissarla sulla tela mediante le più intime e coinvolgenti sfumature e limpidezze cromatiche.
La sua arte spazia tra la bellezza e la semplicità dei suoi motivi, la sensibilità profonda del suo animo e l'autenticità con cui dipingeva le sue visioni. I suoi quadri incarnano una luce viva contrastata dall'ombra, un gioco di purezze cromatiche e una rappresentazione plastica delle raffigurazioni. L'atmosfera sembra festosa, ma l'interpretazione coinvolge anche un senso di nostalgia e tristezza. Secondo una dichiarazione dell'artista l'arte è soprattutto espressione del cuore. Rodolfo Olgiati era un conoscitore del suo paesaggio e delle sue montagne mediante l'occhio e l'animo, immaginato come figlio dei monti della valle che trasmettono non solo gioia nell'anima di chi li osserva. Un sentire e una maniera di vedere capace di penetrare in profondità, passando dall'invisibile al visibile sotto forma di uno sguardo intimo della cosa. Una maniera di procedere artistico legato anche alla filosofia di un Leonardo che guarda il lato spirituale di ciascun elemento. Un'artista definito il cantore delle montagne capace di giungere all'essenza della montagna stessa e interpretarla sulla tela come espressione del suo nobile animo e intento. Un amante dei colori come Segantini e i Giacometti che intraprese una strada priva degli stereotipi dei grandi modelli. Durante l'estate l'artista cittadino dei paesaggi svizzeri si impegnava allo studio di incantevoli panorami nelle vicinanze dell'Ospizio, in Engadina. Era un uomo assorbito dal proprio lavoro che incarnava il fare di un'arte dal vero alla gestualità minuziosa composta dai colori, dalla luce e dall'ombra. Una sinfonia della natura che continua sulla tela del pittore poeta delle montagne. Per Rodolfo Olgiati la natura era l'unico modello da disegnare a mano libera dall'oggetto alla forma come si presenta all'occhio. Dai primi anni il disegno deve partire dal naturale nell'osservare le forme semplici della natura.
Dai critici e dagli appassionati dell'arte fu riconosciuto per la sua troppa modestia. Queste le parole del prof. Zendralli nel 1920 « Doppio torto l'eccessiva modestia nell'artista, che nato alla gloria, la gloria trae dall'ammirazione altrui, ma con la sua opera non darà agli altri quello che potrebbe e dovrebbe dare ».
Rodolfo viene spinto da una serie di persone interessate ad una sua esposizione che avverrà in seguito all'interno delle vetrine di una libreria.
Leggiamo insieme l'unicità della dichiarazione d'arte di Rodolfo Olgiati: « Tutto è problema e tutto è da risolvere; ottenere la maggiore illusione possibile colla forza del colore e del chiaroscuro, ricreare il vero sulla tela , ecco l'aspirazione costante della mia pittura. Per l'artista la verità è commozione, e non si può tradurre e comunicare se non per commozione: qui è la fonte di luce e di freschezza alla quale cercherò di nutrirmi sempre, evitando la vanità degli ultra-modernisti, che hanno fatto dell'arte uno sforzo di tecnica, il quale pretende d'afferrare l'anima — che è dentro il nostro cuore, disperatamente assetato di patire e di gioire — con giochi pure ingegnosissimi sì, ma tutt'al più atti ad eccitare uno o l'altro dei nostri sensi in quanto hanno di più superficiale e materiale. L'arte, tutta l'arte, di tutti i tempi, è, prima di tutto, cuore — ossia sensazione di umanità: umanità essa stessa che si torce, s'espande, si sublima per le vie dell'amore e del dolore; e quando per l'arte l'umanità che è in noi, freme, palpita — l'arte è vitale, e può essere eterna, quando quella umanità in attesa d'ogni bene e d'ogni male resta delusa, estranea, fredda — nessun artificio vale e resta, neppure per un lasso di decenni ».
Per la mostra postuma dal 9 al 30 aprile del 1931 che si è tenuta prima a Zurigo, nella Galleria Kunst und Spiegel e poi in villa Planta, caratterizzata da oltre 40 tele, tra opere del periodo divisionista e altre del suo ultimo periodo di attività, il professor A. M. Zendralli espresse così i suoi pensieri:
(…) Il pittore ha bandito il pennello; si serve del mesrichino, e tira i suoi colori sulla tela a palettate regolari. Sono colori tenui, sfumati, e il dipinto appare di una nitidezza inappuntabile, di una delicatezza nuova e di uno splendore che di dà l'impressione di essere tuffato in un bagno di luce. Non che non affiorino le ombre, ma tenui ancor esse e sfumate. Sono:<< Sassi nel sole>>, <<Regione della lotta>>, <<Al lago bianco>> e tante tante altre tele, quali minuscole, quali più grandi, quali vaste, come le due vedute del <<Mattino al lago bianco>>. (…)
(…) egli sente profondamente la grandezza della natura, n'è compenetrato intimamente del suo spirito, e sa, con i mezzi apparentemente cosi semplici della sua tavolozza, renderne l'essenza immanente, cattivante e misteriosa.
Nelle sue tele v'è l'assenza assoluta dell'artifizio, di ogni traccia della <<bravura>> ostentata, di ogni <<virtuosità>> del pennello.
Libera e serena è quest'arte che rifugge dagli effetti facili e mirabolanti.
In queste pitture – in grand parte di modeste dimensioni – vibra l'anima della montagna. E contemplandole ci viene di domandarci quale potesse essere il segreto del pittore che con pochi tratti sicuri, con alcune macchie limpide di toni smaglianti sa darci non soltanto l'impressione esatta di uno squarcio di tale o tal'altro paesaggio alpestre, ma che riesce a suscitare in noi la sensazione, direi quasi la partecipazione mistica di un insieme di vita vissuta che è emozione, esaltazione, gioia serena, tutto ciò che proviamo dinanzi alla natura stessa nei rari momenti di singolare suscettibilità. (…)
• L'ARTE DEL DISEGNO VIBRANTE DI RETO
In particolar modo, a partire dagli anni Settanta, l'artista tocca l'apice nel suo fare artistico-estetico, rinunciando alla composizione cromatica vivace riportata sulle tele da parte di suo papà, per dar nascita a dei disegni sempre più sintetizzati e vibranti. La metamorfosi gestuale compie i suoi passi nell'unione di ciascun elemento reso un'entità vivente sulla materia di partenza. I suoi tocchi leggeri, accurati e ricchi di sensibilità diventavano realtà visiva mediante l'attenta scelta di una penna caratterizzata da una punta flessibile e fluida.
Un artista decoratore, amante della natura, del disegno delle vedute e dei paesaggi come stimolo quotidiano di un vivere l'arte attraverso le composizioni mentali personali. Un segno artistico dell'essenziale che vive nell'idea di creare tra la mano e l'occhio una linearità sinuosa di una visione coinvolgente. Paesaggi a contorno che vivono in uno spazio talvolta molto piccolo, ma ricco di un'energia che va al di là. Un tocco quasi primitivo, ma allo stesso modo moderno nel suo insieme artistico-estetico di uno ieri che vive anche nell'oggi. Lo spazio bianchissimo della tipica carta utilizzata molto spesso dall'artefice, diventa il figlio del padre di tutte le arti come tecnica abbracciata da Reto e definita cosi da Vasari nel '500.
La sua produzione artistica vanta circa 422 opere documentate all'interno del piccolo quaderno di colore nero intitolato “Elenco disegni, Reto Olgiati” di proprietà della moglie, la Sig.ra Annamarie Loefwendhal. Un elenco dei suoi disegni tra venduti e regalati iniziato, secondo lo scritto, nel settembre del 1970. Seguendo questo elenco scritto da Reto stesso, notiamo l'ultima opera intitolata “Puschlav” del 1995, priva di un destinatario e di una data come la maggior parte delle altre opere all'interno del quaderno.
htmlText_32376566_22A1_33CE_41BD_AAE83B355104.html = • PASSAGGI ARTISTICI DI UN'UNIONE RITMATICA
“Ed io per rìtmo intendo la connessione e la distribuzione concordanti di valori diversi."
Un'abitudine di essere ricco di sincerità ed eleganza, che si rispecchia fortemente nella sua arte moderna e misurata. Nell'impressione di una casualità durante la scelta dei suoi soggetti, l'artista mette un'impronta mediante il suo vivere e nutrirsi di pura sapienza e di un saper essere consapevole di voler mancare da qualsiasi approccio abituale e dal sensazionalismo, che tutt'oggi è ancora una tendenza. La sua modernità sta proprio all'interno di questo principio di un'arte misurata tramite uno sguardo che segue la propria visione del mondo e con il mondo attraverso una scelta tecnica coloristica personale. Il suo carattere amorevole e aperto al nuovo abbraccia l'importanza di essere uno spirito tradizionale e gentile nella sua piena naturalezza.
Una personalità un po' timida e incerta in ricerca di un ritmo cognato dall'ordine in cui la diversità dei valori si mette in collaborazione per una distribuzione conclusiva. Una certa sensibilità per i valori cromatici tra un dinamismo moderato e una gestualità coloristica soffice che passa per visioni, interpretazioni, linee e andamenti liberi. L'artista privilegia in varie tonalità l'azzurro e il grigio, compiendo differenti passaggi da un chiaro grigio a quello più scuro, da un grigio perlato verso un grigio argento, fino ad arrivare a cambiamenti tonali tra azzurro chiaro, scuro e blu. Accostamenti di colori che non mancano quasi mai dal mondo delle sue tele, dando cosi l'impressione di una vaghezza con luci splendenti e mutamenti sereni. Giacomo Zanolari è il narratore di una dimensione priva di residuo e ricca di purezza all'interno di composizioni talvolta create tramite l'utilizzo di linee rigide e colori cupi. La tavolozza dell'artista nella sua piena espansione accetta in rari momenti colori persino di un verde-giallognolo, sempre nel saper controllare il loro lato di vivacità. Sul finire degli anni trenta del '900, il fare artistico di Zanolari si dirige verso composizioni caratterizzate da una maestosità semplice nell'insieme della struttura, dipinte attraverso una gestualità tonale più chiara, più estese e maggiormente splendenti. Un passaggio cruciale nella tradizione della sua poesia infinita, caratterizzata soprattutto dalla rappresentazione del mondo campestre. Il canto della luce del sole abbagliante coinvolge l'attenzione dell'artista in una lunga curiosità visiva e tattile. Il suo corpo, la mente e la sua anima si nutrono di un fare arte che si trasforma in gioia assoluta per l'artista del ritmo moderato.
I suoi autoritratti vengono fissati sulla tela vergine tramite pennellate sagge, intense di un ritmo cromatico pensato e interpretato. Una forza della sua personalità, che riesce a trasmutare nella sua arte che in certi casi non sembra voler riassumere le sue sembianze gentili, ma desideroso di far risaltare la linea robusta del suo volto caratterizzato da uno sguardo penetrante e attento. I suoi occhi nerissimi coinvolgono l'osservatore, mentre si affondano sotto le folte sopracciglia. Un mento ben definito, un volto quasi femminile e una rappresentazione poco passionale e sentimentale, dove la luce e l'ombra prende il controllo dell'insieme.
È un'artista sensitivo, di una delicatezza quasi pessimista, deciso e focalizzato sulle sue visioni ben chiare ed equilibrate che offrono conquiste del suo vero essere. La sua maniera meditativa ti fa sentire la sua intima sofferenza interna, trasformata in un frutto pittorico, ricco di sincerità, che passa dalla spiritualità alla realtà visiva.
I suoi paesaggi raccontano un angolo prescelto dal momento interpretativo di una natura sinuosa dai passaggi sfumati e ritmici. Le sue ricche e ampie pennellate a volte ondeggiano sulla tela che racchiude in se una piccola parte dell'insieme visivo. Una rappresentazione intima e delicata di una visione appositamente moderata di un angolo che riesce a coinvolgere il pittore. Nel suo profondo, l'artista predilige i paesaggi dell'alta montagna, cogliendo con un occhio perspicace i suoi soggetti, riportandoli sulla tela nella loro piena naturalezza tra colori e linee. Di una sensibilità acuta dinanzi alle sfumature cromatiche delle pianure, in un tutto vaporoso che si perde nell'azzurro della lontananza. Un caoticismo che tende verso un ritmo ordinato, di un osservatore che si priva dello studio suoi problemi oppure sulle debolezze. Rappresentazioni ironiche, di un nobile e timido artista, portate alla luce dall'interno verso l'esterno, per riassumere il suo lato quieto e ricco di chiarezza interiore.
htmlText_65BB4722_6AB0_583A_4191_21DD5F8E637F.html = Al centro di Poschiavo, sulla piazza in prossimità della chiesa di S. Vittore Mauro sorge la Torre, il simbolo del potere già dal medioevo insieme alla chiesa stessa. La sua costruzione risale al XIII secolo come forma residenziale dell'amministratore vescovile, in seguito come abitazione da parte della famiglia Olgiati/Olzate finché scoppiò la rivolta che fece diventare la rocca una rovina, fino al 1438, quando viene acquistata dal consiglio comunale e utilizzata come tribunale (anche delle streghe), carcere, municipio e come luogo di riunioni. Attualmente è sempre di proprietà del comune, utilizzata per vari eventi e incontri culturali, politici, letterari e sociali, oltre ad essere la sede dell'archivio del comune di Poschiavo e il ritrovo della giunta comunale.